Benvenuti

Questo è il mio blog personale, un blog di confine, dove proverò a pubblicare un pò di cose mie, per me e per chi le vorrà leggere.

Il Confine

...un confine, proprio perché si pone di fronte a una differenza, deve essere valicato, non deve essere ignorato ponendovi a limite la diffidenza, così come è valicato sistematicamente il confine che c’è fra il giorno e la notte, tra il prima e il dopo, tra la terra e il mare, fra l’uomo e la donna, tra la vita e la morte.

lunedì 9 maggio 2011

Emigrante

Passarono insieme ancora i Santi, poi partirono una mattina di novembre. Il cielo era terso e l’aria fredda della notte aveva portato con sé un velo di brina che si era depositata uniforme sui campi e sugli alberi. Una nebbiolina bassa non impediva di vedere la corona delle montagne. Erano d’accordo che tutta la famiglia li avrebbe accompagnati sino alla stazione di Piscina dove passava la ferrovia. Carlo era già agitato per la sola idea di prendere il treno, al resto del viaggio non aveva ancora pensato. In vita sua non si era mai mosso da Buriasco se non per andare qualche volta a Pinerolo o una volta all’anno a Faule dallo zio Osvaldo. Il treno l’aveva visto poche volte, quasi sempre dalle parti di Cercenasco, dove passava la linea che da Airasca portava a Saluzzo; c’era una piccola locomotiva che emetteva dal fumaiolo un fumo bianco e altissimo, mentre trainava tre corti vagoni e in prossimità delle strade o delle stazioni lanciava un fischio che certe volte, quando il vento tirava dalla parte giusta, si sentiva fino ad Appendini. Una volta era stato con barba Anselmo alla stazione di Pinerolo ed era stata tutta un’altra cosa: Pinerolo era città, mica paese e la stazione era grossa e imponente, con tre binari che si attestavano sulla banchina. Qui i treni che arrivavano dovevano poi ripartire al contrario dopo che i ferrovieri avevano compiuto complesse e affascinanti manovre di sgancio della locomotiva di testa e di riaggancio nella direzione opposta di un’altra, che usciva da un magazzino laterale.
Nei giorni precedenti alla partenza era andato ai Paglieri a salutare gli altri nonni. Nonno Carlo gli aveva raccomandato di stare attento e di riguardarsi, poi gli aveva dato dei soldi, nonna Mafalda gli aveva regalato un maglione e delle calze di lana spessa, perché secondo lei «In America fa più freddo che qua.» Poi era passato da don Mario a prendere i nomi e gli indirizzi di quelli che già erano partiti e aveva fatto un giro dalle persone che conosceva. Tutti gli avevano augurato buona fortuna e gli avevano messo in mano qualche moneta «Per il viaggio e le necessità.»
Aveva solo diciotto anni, ma andava con Alfredo e questo bastava per tranquillizzare tutti, infatti Alfredo aveva trentotto anni ed era un uomo che ne sapeva della vita; e decisamente! Intanto conosceva l’Italia perché era stato militare molti anni prima quando Carlo era nato ed era andato in Veneto e poi anche giù a Roma nei tre anni che aveva passato sotto le armi e perciò poteva ben dire la sua su come va il mondo e cosa è bene fare o non fare. Inoltre sapeva leggere e scrivere e quella non era una cosa di poco conto per un uomo della sua età.
La strada per Piscina richiedeva circa un’ora di marcia e così si incamminarono alle sette per essere in tempo al treno che passava alle otto e mezza. Carlo si era procurato un piccolo baule di legno, dove sua madre aveva riposto un paio di braghe, due maglie di lana, due paia di mutande, tre paia di calze, il maglione e i calzettoni di nonna Mafalda, una coperta, un asciugamano e un pezzo di sapone: tutto quello che si sarebbe portato via.
Prima di avviarsi, il vecchio barba Anselmo, che non sarebbe venuto alla stazione, perché ormai troppo anziano lo aveva chiamato da parte e gli aveva consegnato un sacchetto con 120 lire «Tieni, queste sono per te, le ho messe via in tutti questi anni, pensando di lasciartele in eredità alla mia morte, ma ti saranno utili ora. In gamba mi raccomando.»
Camminavano in silenzio, perché nessuno aveva troppa voglia di parlare. Anna guardava quel figlio che stava per partire a fare l’emigrante, domandandosi se mai lo avrebbe ancora rivisto prima di morire. Bartolomeo faceva il duro, ma in cuor suo si chiedeva se fosse stata una buona idea quella di spingere Carlo a una decisione tanto importante.
Tutto era nato alla fine di agosto, tre mesi prima, ne aveva parlato una sera a cena: «Sapete, mi hanno proposto di andare in America a cercare fortuna, qui in fin dei conti si riesce a mala pena a mangiare, non so neanche quando potrei sposarmi. Dicono che laggiù ci sia tanto di quel lavoro e con delle buone paghe, che nel giro di quattro o cinque anni riesci a comprarti una bella cascina. Allora io ho pensato: sono giovane, se vado laggiù metto da parte dei bei soldi e poi torno e compro una cascina, anche piccola e voi tutti venite a vivere insieme a me.»
Il padre lo aveva guardato senza parlare, mentre sua madre aveva esclamato: «Oh Gesù, Maria nostra Signora Vergine, Madre!» tutti si erano volti verso di lei che era rimasta ferma col cucchiaio in mano e che senza dar peso agli sguardi aveva continuato «Ma chi è che ti ha messo in testa queste robe? Andare fino in America poi! E noi qui come facciamo nelle terre senza di te e con i tuoi fratelli e le tue sorelle che sono ancora ragazzi?»
«E’ Alfredo, tuo cugino, è lui che me lo ha proposto; dice che mi presta anche il soldi per il viaggio.»
«Ah, ma lo sistemo io appena lo vedo quel figlio del demonio. In Argentina. A fare l’emigrante, lo porta!»
Erano rimasti tutti zitti, anche barba Anselmo e nonna Rita, mentre i cucchiai tintinnavano nei piatti e nessuno aveva più il coraggio di dire qualcosa.
Era stato Bartolomeo a rompere il silenzio: «Carlo non ha poi tutti i torti» esclamò «qui, per bene che gli vada, potrà prendere il mio posto e poi? Un anno dopo l’altro ad arare, seminare, raccogliere e… dividere.»
«Ma noi abbiamo la terra, le bestie» aveva detto Anna quasi piagnucolando.
«Come no! E teniamole pure da conto, per carità. Ma da sole ci danno da mangiare? Lasciamo stare, dai. Lui invece adesso è giovane, non è ancora moroso, può andare dove vuole e fare fortuna, noi ci arrangeremo, i suoi fratelli sono ragazzi, ma già abbastanza grandi e ci daranno una mano, solo Agostina e Anna sono piccole, ma cresceranno anche loro. Se infine avrò bisogno, chiamerò qualcuno. E se invece torna con la fortuna allora faremo una grande festa tutti insieme. Vai, va, informati come fare per andare in America.»
Arrivarono alla stazione con buon anticipo ed acquistarono i biglietti. Poi giunse il treno da Pinerolo: sbuffava ed emetteva una bianca nuvola di vapore dagli stantuffi e dal fumaiolo, tanto intensa che tutti i passeggeri in attesa ne furono avvolti e per un attimo ogni persona scomparve alla vista di ciascuno degli altri. La locomotiva sembrava non voler fermare la sua corsa ed invece i vagoni si arrestarono giusti giusti sulla banchina, proprio in corrispondenza dei passeggeri. Sul treno c’era molta gente, tutti viaggiatori diretti a Torino, qualcuno si affacciava dal finestrino per guardare, ma i più rimanevano indifferenti negli scomparti.
Prima di salire si salutarono e si abbracciarono. Per prima Anna, poi Bartolomeo e infine i fratelli e le sorelle che stavano tutti là, ordinati in fila: Battista, Teresa, Michele, Anna Maria, Angela, Giacomo, Agostina, Giovanna e per ultime nonna Rita e Mariuccia. Carlo si mostrò forte e ricacciò in gola quelle lacrime che prepotenti salivano a gonfiargli gli occhi.
Bartolomeo strinse la mano ad Alfredo, raccomandandogli il figlio: «Stagli dietro più che puoi.»
«Non preoccuparti, da adesso in avanti è come se fosse figlio mio.»
Il capostazione ordinò il “tutti in carrozza” e il treno si mosse con uno scossone, poi prese volocità. Dal finestrino Carlo rimase fisso a guardare la sua famiglia, ferma sul marciapiede della stazione che diventava sempre più piccola sino a che scomparve del tutto.
Mentre il treno correva verso Torino, Carlo osservava la campagna circostante e cercava di imprimersi nella mente ogni dettaglio di quei luoghi che non avrebbe più rivisto per chissà quanto tempo. Campi coltivati, stradine polverose, boschi di pioppi, filari di gelsi e di viti, cascine isolate, rossi caselli ferroviari, piccole stazioni, scorrevano veloci davanti ai suoi occhi. All’improvviso percepì anche l’odore; quello a cui non aveva fatto caso sinora. Era un odore strano, forte, di legno acido e ferro, carbone e olio, che impastava il naso e la bocca e lo avrebbe accompagnato a lungo e che identificò, infine, come l’odore stesso del viaggio.
Dopo poco più di un’ora il piccolo convoglio entrò finalmente nella stazione di Porta Nuova. Carlo e Alfredo scesero dalla carrozza e domandarono ad un capostazione in divisa a che ora partiva il treno per Genova: «Fra mezz’ora esatta, signori, binario sette» rispose questi
« Oohi abbiamo tempo per fare un giro » dichiarò Alfredo eccitato.
Attraversando la stazione Carlo vide che era molto grande e un’infinità di persone andava e veniva dalle banchine dove innumerevoli convogli arrivavano e partivano fra stridore di freni e grandi sbuffi di fumo. Vi erano persone di tutti i generi: distinti signori ed eleganti signore con ampi cappelli, militari, contadini, operai, bambini, venditori ambulanti, suonatori di organetto, mendicanti, un’umanità varia popolava quel luogo che gli ricordava tanto una festa di paese. Uscirono dalla grande stazione e il ragazzo vide per la prima volta nella sua vita Torino. Era come se l’aspettava? Non sapeva neppure lui. Era comunque qualcosa di nuovo, entusiasmante, certamente sorprendente. Di fronte alla stazione c’era una piazza, non troppo grande, ma abbastanza ampia; tutti i palazzi che la circondavano avevano i portici, ma Carlo venne subito attratto dai numerosi tramvai che andavano e venivano in tutte le direzioni. Questi erano trainati dai cavalli, ma le vetture scorrevano su binari come quelli del treno, così che la loro direzione era del tutto obbligata. Nelle strade c’erano anche molte persone che precedevano traballanti veicoli a due ruote che, gli disse Alfredo: «Si chiamano biciclette» - un mezzo di locomozione che certo agli Appendini non aveva mai veduto - e ad un certo punto udirono il suono di una tromba e videro una specie di calesse rumoreggiante ancora più sorprendente, che avanzava senza che fosse tirato dai cavalli: «Quella, invece, è un’automobile» gli indicò il cugino.
«Robe da matti!» esclamò Carlo che a quel punto era totalmente affascinato dalla città.
Ma mezz’ora passa in fretta e non c’era tempo per vedere altro. Rientrarono nella stazione, il loro treno era già pronto sul binario; salirono e aspettarono la partenza. Nell’attesa Carlo pensava che tra poco sarebbe stato Natale e si domandava dove lo avrebbe passato quel Natale del 1907.
Il viaggio verso Genova durava circa quattro ore e dopo un po’ che avevano lasciato Porta Nuova, Carlo osservò che il paesaggio cambiava; la pianura lasciava il posto ad un saliscendi di morbide colline che il treno in parte seguiva e in parte no, lanciandosi su alti viadotti e infilandosi in qualche galleria. Qui la terra era più sabbiosa, grigia e molte erano le vigne che coprivano i rilievi che si susseguivano in una sequenza che pareva non avere mai fine.
Il treno fece una fermata. Carlo lesse il nome della stazione: Asti. Dopo circa mezz’ora il convoglio si arrestò nuovamente, Carlo si affacciò ancora dal finestrino e lesse: Alessandria. Qui il convoglio cambiò direzione, girò a destra e si lanciò dritto verso il sole. Ad un certo punto egli si accorse che iniziavano altre montagne, che avevano richiesto ai costruttori della ferrovia ponti e gallerie a non finire. Si infilarono in una vallata aspra e selvatica, dove ogni tanto apparivano dei minuscoli borghi formati da case colorate che si tenevano l’una all’altra e tutte insieme stavano aggrappate ad una rocca scoscesa che non si capiva come facessero a rimanere lì, immobili, invece di rotolare a valle.
Poi il treno sbucò da un’ennesima galleria e all’improvviso Carlo vide il mare: «E quello? » domandò ad Alfredo. «Il mare, è lì che andremo.»
Il ragazzo non riusciva più a staccarsi dal finestrino cercando di cogliere ogni immagine del mare che gli si presentava alla vista, mentre il treno compiva le sue giravolte per scendere dall’Appennino sino a Genova.
All'imbocco della città il convoglio rallentò vistosamente, procedendo poi a passo d'uomo per un lungo tratto. Carlo osservava incuriosito le banchine del porto e le officine circostanti dense di lavoratori, di ferro e carbone, dalle quali emanava un odore acre e forte che riempiva l'aria, i polmoni e le viscere.
Uscirono dalla stazione che erano le quattro del pomeriggio e Carlo osservò che la città appariva molto diversa da Torino. Anche qui c’era un brulicare di gente, ma ancora più fitto e con persone decisamente più variopinte; invece delle grandi piazze e delle ampie vie che aveva veduto quella mattina, Genova presentava un intrico di vicoletti aggrovigliati fra il mare e la collina, taluni talmente stretti che pareva impossibile persino di potercisi infilare, dove le case alte e serrate si appoggiavano le une alle altre precipitando giù, giù fino al porto. In alto, fra gli edifici, erano tesi dei fili su cui le donne avevano posto i loro panni ad asciugare e che ritraevano facendoli scorrere mediante carrucole. Gli sembrava di essere in un altro mondo rispetto a casa sua e si accorgeva che nello spazio di mezza giornata aveva veduto più cose che in tutta la sua vita sino ad allora. Non mancò di osservare che faceva decisamente meno freddo che su, in Piemonte.
«Scendiamo fino al porto per domandare informazioni, poi cerchiamo un posto per mangiare» disse Alfredo.
A Genova la gente era la più assortita possibile, se, infatti, vi erano distinti signori con cappello e marsina, che si capivano essere uomini d’affari o ricchi commercianti, si vedevano poi frotte di personaggi piuttosto bizzarri, vestiti con maglie o canottiere a righe, scuri, con la pelle bruciata dal sole, i capelli più lunghi del normale e sovente con un buffo berretto in testa, tipo una ciotola rovesciata, con il fondo piatto e al centro una specie di palla fatta con mille fili intrecciati, il tutto rigorosamente di colore blu scuro. In alcuni vicoli c’erano delle donne appoggiate agli usci delle case, avevano le labbra colorate di rosso ed esibivano senza troppo pudore i seni bianchi alla vista dei passanti. Carlo, con lo spirito dei suoi diciotto anni, ne rimase piuttosto colpito e continuava a voltarsi indietro per guardare: «Alfredo, quella mi ha fissato» diceva al cugino «Vieniii, lascia stare» gli rispondeva lui trascinandolo via. Talvolta, invece, qualche uomo si fermava a parlare con una di queste donne e dopo qualche parola entravano in casa rimanendo inghiottiti nell’oscurità dei piccoli androni. L’odore acido di fumo, urina, sudore, muffa, sporcizia, salsedine impregnava l’aria dei vicoli, rendendola pungente alle narici.
Al porto c’erano dei gabbiotti delle varie compagnie di navigazione che facevano rotta in tutto il mondo. Ormeggiate sui moli stavano decine di navi. Tutte di ferro, erano così grandi che al loro confronto anche i treni apparivano minuscoli. Dopo qualche ora riuscirono a sapere che c’era un vapore, il Mendoza, che sarebbe partito per l’Argentina di lì a quattro giorni. Contenti della notizia cercarono quindi una bettola in uno dei vicoli, dove ordinarono due piatti di minestra di fagioli e un mezzo fiasco di vino, accomodandosi al tavolo in una sala fumosa e sovraffollata; in un angolo due donne seminude ridevano e scherzavano con degli uomini dall’aspetto affatto raccomandabile; poterono anche affittare dallo stesso oste una stanzetta in una soffitta per aspettare il giorno della partenza. Nell’osteria, come dappertutto, c’erano dei personaggi alquanto untuosi che offrivano imbarchi per gli Stati Uniti o per l’America del sud e un lavoro sicuro appena sbarcati, ma Alfredo sapeva che non c’era da fidarsi di costoro e poi, ad ogni modo, la cosa non li interessava visto che avevano già un importante contatto in Argentina, perciò declinò qualsiasi offerta e pretesto di attaccare discorso.
«No, no, vede» diceva mostrando la lettera del cugino Antonio «noi abbiamo già il nostro contatto a Buenos Aires. Ormai ci stanno aspettando e non possiamo mancare.»
In quei pochi giorni Alfredo non fece altro che dormire, mentre Carlo, invece, vagò a lungo per il porto e gli piacque soffermarsi a guardare le grandi navi che arrivavano e partivano caricando e scaricando sui moli enormi quantità di merce, tramite strane gru che gli ricordavano giganteschi volatili appollaiati sul nido. In un'altra zona c’erano invece le imbarcazioni dei pescatori; queste partivano tutte le notti per gettare in mare le reti, ritornando poi sul finire della mattinata. Arrivati nel porto scaricavano il pesce che avevano già suddiviso per qualità e dimensione e subito altre persone lo portavano con dei carretti di legno nelle ghiacciaie sottoterra, dove poteva essere conservato per alcuni giorni. Carlo non aveva mai sentito l’odore del mare e del pesce e subito ne era rimasto nauseato «Un tanfo schifoso» considerava, «peggio di quello dei vicoli, che almeno all’odore di piscio sono abituato, ma a questa roba proprio no», ma poi nello spazio di un giorno o due si era assuefatto e gli dava meno fastidio, anche se il pesce non avrebbe avuto forse il coraggio di mangiarlo.
Appena fuori dal porto c’era un grande giardino. Già mentre scendevano dalla balze dell’Appennino, aveva osservato che la vegetazione era diversa e ben più rigogliosa rispetto a quella di casa, ma qui poté vedere meglio la straordinaria varietà di piante che popolavano il luogo. Lungo le rive, oltre il giardino e più in basso, si allineavano le piccole case dei pescatori, strette e colorate a tinte vivaci, con minuscole finestrelle scure dalle quali a volte appariva un vaso di gerani o la figura minuta di una donna che con l’occhio preoccupato scrutava la superficie increspata del mare. Fuori dalle case stavano le reti e gli arnesi della pesca; un vecchio, scavato e rugoso, intento ad un complicato rammendo, vide Carlo e gli disse: «Quest’anno non c’è buona pesca, il mare è stanco.»
«Già» rispose lui «speriamo che venga una stagione migliore» il pescatore non rispose e silenzioso riprese il suo lavoro.
Su tutto questo dominava la grande Lanterna che di notte, girando tutto intorno la sua lama di luce giallastra, indicava ai naviganti l’ingresso e l’uscita dal porto di Genova.
Venne finalmente il giorno della partenza. Carlo e Alfredo avevano già il biglietto di viaggio, perciò al molo della Mendoza furono avviati alla fila per l’imbarco della terza classe, dove una massa enorme di persone attendeva il proprio turno di montare sulla passerella per entrare nel ventre della grande nave. Salirono e un marinaio gli indicò dov’erano le camerate della terza classe; scesero giù due rampe ripide di scale e si ritrovarono in un vasto locale dove fra le numerose brande e un frastuono enorme di gente che si chiamava da una parte all’altra, si erano già sistemate molte famiglie. Individuarono un posto libero in fondo e aspettarono di sentire il bastimento muoversi, mentre il caldo divenne opprimente sin dai primi minuti. Dopo alcune ore di attesa finalmente uno scossone e una sirena avvisarono che la Mendoza lasciava il porto.
L’America li stava aspettando.

A mio nonno.

lunedì 18 ottobre 2010

XXI Premio Letterario Città di Pinerolo

Domenica 17 ottobre 2010
Menzione d'onore al racconto "Scalenghe - 13 ottobre 1693"

domenica 7 marzo 2010

Liberazione

Carlo si alzò presto quella mattina, indossò velocemente i calzoni, la camicia e la giacca e passò dalla cucina, dove prese una fetta di pane dalla credenza, poi uscì fuori. Il sole doveva ancora sorgere e allora attraversò in fretta il cortile e si inoltrò nel prato che c’era di fronte alla casa, fermandosi proprio sotto il grande noce che delimitava la sua proprietà. Poi si guardò intorno: il cielo in alto era limpido e l’aria frizzante. A est, verso Scalenghe, i primi bagliori del giorno si intravedevano emergere dalla foschia. Era uscito perché aveva bisogno di pensare, doveva convincersi che quello che era accaduto fosse proprio vero, che la guerra era finita.
Sì, perché la guerra era davvero finita!
Lo avevano saputo il giorno prima, il pomeriggio del 28 aprile, quando i tedeschi e i fascisti erano improvvisamente spariti dal paese e avevano visto le loro ultime colonne di automezzi che arrivavano da Pinerolo, passare sulla statale in direzione di Torino. A quel punto molti erano usciti in strada, ma proprio sul più bello la paura era tornata improvvisa, perché quattro aerei americani erano piombati sul campo di volo a bombardare e mitragliare la pista ormai deserta e solo il caso aveva evitato che ci fossero dei feriti o addirittura dei morti fra la gente. Poi anche a Viotto erano arrivati i partigiani, erano solo tre o quattro, ma erano bastati per trattenere la gente in piazza a parlare sino a sera inoltrata, quindi avevano attaccato al muro vicino alla chiesa il comunicato che annunciava la liberazione, intanto che il prete aveva cominciato a suonare le campane a distesa e così aveva fatto quello di Piscina, come già quelli di Pieve e Scalenghe tanto che i campanili si erano rincorsi in un concerto che aveva coinvolto tutta la pianura da Torino a Pinerolo, fino a quando era arrivata dalla radio la notizia, ancora incerta, che anche Mussolini era stato fucilato.
Tuttavia Carlo aveva bisogno di convincersi, di liberarsi l’animo dal peso che lo opprimeva. Anche perché questa era la terza volta che vedeva la fine di una guerra, quella che più lo aveva schiacciato. La prima volta era stato nel 1918, era una guerra che stava combattendo e gli era parso tutto più semplice, forse perché era giovane e voleva solo tornare a casa; la seconda volta era stato nel settembre del ’43, in una guerra che aveva vissuto da civile e non aveva quasi percepito, anche se come tutti ne desiderava la fine; così era stato contento di sentire dell’armistizio, ma poi l’illusione si era spezzata nel giro di pochi giorni e la nuova guerra gli era piombata in casa, inattesa e feroce come nessuno si sarebbe mai immaginato.
Mentre pensava a queste cose si sedette ai piedi del noce e cominciò a mangiare il pane che aveva messo in tasca e nel frattempo che mangiava vide arrivare verso di sé un giovane sui vent’anni. Non gli sembrava di conoscerlo, o per lo meno era una fisionomia che gli ricordava qualcuno, ma non sapeva dire chi. Questi lo salutò con un cenno della mano e si sedette accanto a lui poggiando la schiena contro il tronco:
- Allora è proprio finita, questa volta – disse Carlo spezzando il silenzio.
- Già, gli ultimi tedeschi sono passati sullo stradone stanotte. A quest’ora saranno già oltre Torino – rispose il giovane.
- Ma tu chi sei? Che mi sembra già di averti visto da qualche parte.
- Sono Giacomino il figlio di Mariuccia e Osvaldo.
- E quando sei arrivato? Non ti ho visto ieri in piazza - domandò Carlo riconoscendo a quel punto il giovane.
- Poche ore fa, vengo da Cuneo, dove sono stato negli ultimi mesi con i partigiani, ma sono quattro anni che manco da casa.
- E tua madre l’hai già vista?
- No, ma prima volevo sapere cosa è capitato qui da voi, mentre ero via.
- Eh caro mio, tu ne avrai viste di tutti i colori, ma anche noi abbiamo avuto le nostre.
- Ho visto che i tedeschi hanno costruito un sacco di roba qui intorno – disse il ragazzo.
Carlo guardò il ragazzo, aveva la barba lunga e i vestiti sporchi di fango e di chissà cos’altro, poi cominciò il lungo racconto delle cose accadute in quell’ultimo anno e mezzo:
- Ce li siamo trovati in casa da un giorno all’altro. Si sono piazzati a Scalenghe e Airasca e in pochi giorni hanno subito iniziato a trafficare per ingrandire l’aeroporto prendendo tutto quello che gli serviva senza tanti complimenti. Hanno fatto un’altra pista per gli aerei e Viotto si è trovato proprio al centro delle loro installazioni. Ci hanno messi tutti al lavoro - per carità ci pagavano e noi dovevamo mangiare - ma la verità è che lo abbiamo fatto perché quei maledetti facevano veramente paura. Ma cosa dovevamo fare? Non potevamo certo combattere perché c’erano le donne, i bambini, i vecchi. Non potevamo fare niente.
Poi ci sono stati i bombardamenti. Proprio qui da noi. Per carità, eravamo già abituati a vedere gli aeroplani Alleati che andavano a colpire Torino. Li sentivamo arrivare quasi sempre di notte: c’era questo rombo cupo che diventava fortissimo e si vedevano le formazioni fitte passarci sopra la testa, poi nelle notti più limpide i bagliori delle esplosioni arrivavano fino qui. Ad un certo punto ho adattato la cantina della casa a piccolo rifugio antiaereo, così in quelle occasioni vi si nascondevano le donne e i bambini che avevano paura del rumore degli aerei anche se io credevo che noi non correvamo nessun pericolo. E invece nel mese di agosto è capitato che una ventina di aerei ha attaccato il campo di Airasca in pieno giorno, lanciando bombe che sono cadute dappertutto nelle campagne circostanti e poi sono anche ritornati indietro a mitragliare la pista. Hanno detto che erano inglesi. Gli aerei sono tornati altre due volte e hanno anche ammazzato tre persone e due vacche.
Ma è stato proprio in quei giorni che molti giovani del posto, chi da Scalenghe, chi da Piscina, chi da Airasca, si sono uniti ai partigiani che dalle vallate avevano già esteso la loro azione anche alla pianura. Specialmente nella zona di Cumiana i gruppi partigiani erano molto attivi e hanno fatto moltissimi sabotaggi alla ferrovia di Pinerolo e a quella di Saluzzo. Quasi non passava giorno che non saltasse un ponte o uno scambio ed è capitato più di una volta di dover nascondere in casa qualcuno di questi ragazzi anche se il rischio era enorme, perché abbiamo visto quello che facevano i tedeschi per rappresaglia, non so se hai sentito cosa hanno combinato a Cumiana, che c’erano anche dei parenti di mia moglie, ma nessuno si è mai tirato indietro. A quel punto però anche la gente aveva smesso di lavorare per i tedeschi perché nessuno trovava giusto aiutarli, mentre tanti giovani rischiavano la vita e morivano per combatterli. Ed era la paura il sentimento più forte che provavamo in quei tempi, paura di veder morire le nostre donne e i nostri figli, paura di morire noi, ma soprattutto paura del futuro.
- Non potevate fare diversamente e la paura è normale, era una guerra fra un esercito spietato e una popolazione civile indifesa, ma anche noi in montagna avevamo paura. Paura di non vedere più tornare i compagni che partivano per le azioni, paura di essere presi e torturati, ma la voglia di libertà era ancora più forte, perché sapevamo di essere dalla parte giusta – aggiunse Giacomimo, poi Carlo riprese:
- Ma ancora questi ultimi sono stati mesi terribili, ogni tanto arrivavano notizie dell’avanzata degli Alleati nel centro Italia e si capiva che oramai i tedeschi e i fascisti erano alla fine, eppure più passavano i giorni, più sembrava che la loro ferocia aumentasse. Solo due o tre giorni fa, quando già sapevamo che Torino era liberata e i tedeschi si preparavano a fuggire, ci sono stati dei morti, inutili e ancora più tristi perché arrivati con la guerra finita – poi Carlo smise di parlare mentre il giovane lo osservava sorridendo:
- Sai – gli disse – io sono partito militare e mi hanno mandato in Albania, poi in Grecia e pensavo che era giusto andare a fare la guerra per il duce. Ma con l’armistizio tutto è crollato e siamo stati abbandonati a noi stessi, allora come tanti sono scappato e in qualche modo sono riuscito a tornare in Piemonte. Mi sono unito ai partigiani e lì è cambiato tutto, perché fra loro ho conosciuto persone con idee precise, giuste, ho sentito parlare di libertà, di democrazia, di giustizia e legalità, di diritti delle persone, tutte cose che non sapevo neanche cosa fossero. Ma erano cose di una bellezza e di un’importanza estrema e proprio per questo abbiamo combattuto duramente per ottenerle e d’ora in poi niente sarà più come prima, perché queste sono idee che diventavano fatti e così anche quelli che sono morti per opporsi alla tirannia, avranno giustizia, perché chi muore per la libertà rimane sempre vivo nel ricordo degli altri. E non dovrà mai più esserci un’altra generazione di giovani costretta a combattere una guerra come è capitato a voi nel ’15 e a noi adesso. Ci dicevano che il fascismo era la forza dell’Italia, che il duce era la nostra luce e ce lo dicevano così convinti che noi ci credevamo, ma abbiamo capito che non era così che quello che conta è il rispetto, la dignità, la giustizia. Non lasceremo spazio ad altro e non ci saranno altre guerre perché noi non lo permetteremo! Questo disastro e queste sofferenze non porteranno ad un'altra Italia della guerra, ma ad un Italia della pace – Carlo vide che il ragazzo si era illuminato e sentirlo parlare in questo modo aveva rasserenato anche lui. Pensò che se questa era la forza delle idee dei giovani allora le cose potevano veramente cambiare.
- Ti saluto, vado a trovare mia mamma, ciao – disse all’improvviso Giacomo. Carlo si alzò per salutare, poi sentì sua moglie che lo chiamava:
- Carlo, vieni a casa che c’è da fare.
Si voltò:
- Giusto, c’è da fare; c’è molto da fare! – pensò. Allora si avviò ed era allegro perché non si sentiva affatto stanco; respirò a pieni polmoni e mentre vedeva il paese rianimarsi e molta gente giungere dalle strade intorno, capì che quello era veramente un giorno nuovo.

venerdì 23 ottobre 2009

Scalenghe, 13 ottobre 1693

Ricordo il rumore dei cavalli e il rombo cupo che saliva sino a divenire assordante mentre riempiva le orecchie e la testa. Ricordo l’odore della polvere umida che penetrava negli occhi e nella gola e non ti faceva respirare. Ricordo le grida di quelli che dicevano alle donne di scappare e nascondersi da qualche parte. Ricordo il pianto di un bambino rimasto solo in mezzo alla strada, mentre soldati e cavalieri gli sfrecciavano intorno, miracolosamente senza toccarlo. Ricordo le porte del recinto sfondate come fossero di carta, attraverso le quali entrava un numero infinito di soldati, dopo che stupidamente ci eravamo illusi che quelle povere palizzate potessero proteggerci dall’orda barbara e incontrollata. Ricordo che sono entrati travolgendo tutto e tutti, perché non avevamo difese contro di loro, chè non eravamo certo noi pochi uomini, armati solo di forconi e di qualche vecchia sciabola arrugginita a poter tenere fuori dal paese un esercito straniero bramoso di saccheggio.
Fu così che irruppero in mezzo alla piazza: prima i cavalieri, poi la truppa a piedi. Vicino a loro stava il comandante, fiero e tranquillo sul suo cavallo: il generale Catinat, dissero. Ad un suo cenno, alcuni ufficiali che gli stavano intorno lanciarono degli ordini e lì si scatenò la barbarie. Gruppi di soldati entrarono in tutte le case, che per fortuna nella gran parte erano vuote. Chi era potuto fuggire lo aveva fatto verso le campagne, dalla parte di Cercenasco o di Buriasco, molti, quasi tutti i vecchi, le donne e i bambini si erano rifugiati nella chiesa di S. Caterina, sollecitati dal prete che credeva fermamente che le solide mura e il rispetto di Dio avrebbero fermato gli invasori e in questo almeno ebbe ragione.
Quelli che non avevano lasciato le case e si erano nascosti nelle cantine o nelle soffitte, illudendosi in questo modo di essere al sicuro e di proteggere i loro beni, non ebbero scampo. Furono tutti trovati e uccisi sul posto o peggio ancora trascinati per strada e massacrati dopo essere stati fatti oggetto di dileggio e torture di ogni genere; cosa che avvenne anche a quelli che si erano fatti sorprendere per strada a fuggire chissà dove. In un vicolo una donna era preda delle brame di quattro soldati: un gruppo di uomini tra cui Giò Battista e Ugo Antonino, intervennero a sua difesa, ma i soldati reagirono con violenza e mentre uno continuava a tenere ferma la donna, gli altri massacrarono i poveri compaesani che li avevano disturbati. Antonino fu abbattuto con un colpo d’ascia, Giò Battista ucciso con la spada e buttato in un angolo, gli altri fuggirono, poi i barbari compirono il loro delitto e alla fine neppure la donna venne risparmiata. In quei momenti la vita di un uomo non aveva, per quei soldati, più valore di quella di una gallina o di un coniglio. Né alcuna casa rimase indenne dalla ferocia dei francesi: che fosse di quelle più povere dove non c’era quasi nulla da prendere, o che fosse di quelle più ricche dove i soldati facevano man bassa di tutto ciò che trovavano. Portavano via quello che ritenevano di valore distruggendo e gettando fuori tutto il resto, mobili, vestiti, suppellettili, poi alla fine, inderogabilmente, davano fuoco all’edificio. Sorprendeva la loro incredibile capacità di svuotare un edificio e gettare tutto in strada nello spazio di pochi minuti.
A sera tutto il paese era ridotto in fiamme.
E mentre tutto ciò accadeva, nel cortile del castello dei Signori Piossasco, il generale Catinat, seduto su una seggiola da campo in tela, sorseggiava un calice di vino rosso, conversando amabilmente con i suoi ufficiali, mentre attendeva la fine della razzia.
Alla fine di tutto non ebbe miglior sorte neppure lo stesso castello: i pochi servitori che lo difendevano furono passati per le armi nel giro di qualche istante, poi, dopo il saccheggio selvaggio, alcuni soldati trascinarono di fronte all’edificio un cannone da campagna, facendolo oggetto di numerosi colpi che aprirono larghe brecce nei muri. Quindi furono minate le fondamenta e alla fine anch’esso fu dato alle fiamme. A notte inoltrata il calore del fuoco fece brillare le mine e il castello venne giù in rovina.
Vidi quest’ultima scena dall’alto, perché impotente e incapace di fare qualcosa, anche io mi ero rifugiato nella chiesa, poi insieme ad altri uomini ero salito nel sottotetto dell’edificio da dove avevamo tolto alcune tegole uscendo fuori ad osservare lo straziante spettacolo del nostro paese distrutto. Con stupore di tutti, ma come il prete aveva previsto, la chiesa non fu toccata, anche se il suo muro esterno divenne il luogo prescelto dalla soldataglia per orinare e defecare.

Eppure tutto questo non era giunto inatteso. Il primo segno che qualcosa di grave sarebbe accaduto lo si ebbe alla fine di settembre. Eravamo intenti a lavorare in un fosso al Campolungo quando vedemmo passare sulla strada di Castagnole un convoglio formato da due carrozze e quattro carri carichi di suppellettili di ogni genere, scortato da alcuni cavalieri. Erano gli abitanti del castello, Signori della famiglia Piossasco, che lasciavano Scalenghe alla volta di Torino. Fu una cosa inconsueta perché mai a memoria nostra i Signori Piossasco avevano abbandonato il paese lasciando a guardia del palazzo solo pochi servitori.
Qualche giorno dopo, invece, giunse notizia che i francesi avevano disceso la valle di Susa e stavano attaccando il Duca Vittorio Amedeo alle spalle, mentre egli cercava di prendere Pinerolo. In effetti prestando attenzione ci accorgemmo che erano cessati i colpi di cannone che anche di notte, da qualche settimana, si sentivano provenire costantemente dalla direzione di Pinerolo e non si udiva più nulla. Ma fu il giorno quattro che si seppe della battaglia. Salimmo sul campanile per osservare verso nord, nella direzione di Volvera. Nonostante la distanza si sentiva distintamente il rombo del combattimento. Nuvole di fumo che si alzavano in cielo si videro per tutta la giornata, mentre messaggeri raggiungevano i paesi per portare qualche notizia. Ora sembrava che prevalesse il Duca, ora sembrava avessero la meglio i francesi. Poi tutto cessò e non si seppe più nulla per qualche giorno.
Le prime avanguardie di coloro che scappavano, arrivando da Airasca, chiarirono definitivamente i dubbi su chi aveva prevalso nel terribile scontro. I francesi! Avevano vinto i francesi! Tutti avevamo chiaro nella testa ciò che sarebbe accaduto. Trascorsero due giorni di relativa calma, in cui mentre si rafforzavano le palizzate, qualcuno osava sperare che l’esercito di Catinat sarebbe ritornato indietro verso la val Susa o si sarebbe diretto a Torino. Ma il mattino successivo fu a tutti ben chiaro il nostro destino. E mentre i primi cavalieri si affacciavano alle porte del nostro paese, già gli abitanti della Pieve erano fuggiti per le campagne, lasciando le loro case quale ambita preda alla retroguardia dell’esercito invasore.

Ricordo che uscimmo dalla chiesa alle prime ore dell’alba, dopo che i francesi se ne erano andati. Ricordo che ci aggiravamo per il paese, cercando fra le case qualcuno che fosse ancora vivo. Ricordo che da una di queste sentii provenire un lamento flebile e, salito al primo piano, vidi che sul letto vi era il cadavere di una giovane donna, Rosa; al suo fianco un soldato francese giaceva, anch’egli morto, con un pugnale conficcato nel cuore. In un angolo piagnucolava un bambino di circa un anno, il figlio della ragazza. Lo presi in braccio e uscii in strada. Intanto sentivo un rombo lontano e mi voltai per capire da dove provenisse.
Guardai verso sud.
Nel cielo di Cercenasco già si vedeva salire il fumo dei primi incendi.

martedì 22 settembre 2009

Premio Letterario città di Pinerolo

Il racconto "Il Piave Mormorava..." si è classificato al 4° posto al XX Premio Letterario Nazionale Città di Pinerolo.

giovedì 9 luglio 2009

Ousitanio

Le quattro case in pietra formano una piazza che è poco più di uno slargo della strada, tanto è ristretta. Su un lato un glicine sale abbarbicato ad un piccolo balcone che si protende verso i quattro suonatori che stanno offrendo il loro meglio nell’esecuzione di una curenta della Val Varaita.
Seduto al tavolo della vecchia osteria, ascolto l’andare imperfetto della ghironda e dell’organetto a cui fanno da contraltare il flauto e il violino, mentre al centro dello slargo due uomini e due donne eseguono con passi conosciuti le figure dell’antica danza.
Di tanto in tanto la brezza della sera lascia la montagna e scende a riempire le strade e i cortili fra le case, mentre la luna fa capolino da qualche angolo sopra i tetti.
C’è un vecchio seduto davanti alla porta di casa, pare assorto nei suoi pensieri e voglio immaginare che stia pensando ad una sera come questa, di quando era giovane e in questa piazzetta, dopo una giornata di fatica sul campo ripido, si sforzava ancora di trovare il modo di parlare alla ragazza di fronte, che senza farsi vedere lo guardava di tanto in tanto, sperando la invitasse a ballare.
I suonatori cambiano musica, attaccando una bourèe e mi viene da pensare a quanto è bella questa musica, così antica e moderna insieme, che sembra chiusa fra le montagne, ma che all’improvviso vola via e allora la senti che parla di Provenza e Guascogna, che profuma di larici e di lavanda, che sa di polenta e acciughe salate, di viaggio, di vento, di sole e di mare.
Finisce la musica, i danzatori si fermano e il vecchio rientra in casa, allora mi alzo e vado dai suonatori, voglio solo fargli i complimenti, ma ci mettiamo a parlare e parlare e poco a poco mi fanno scoprire cosa vuole dire Occitania. E’ tardi, allora finisco un ultimo bicchiere e vado anche io, mentre penso alle parole della canzone:
“Remesclas. De sang e de musica, de temps e de gents, de raives e d’ideas. L’òme que coneis sa terra a ren pòur, se mescla. E remescla. Aquò qu’aiva dran a-n-aquò qu’al a devant. Aquò que ven da luenh e aquò qu’es siu. Aquò que se pòl veire e aquò que se pantalha. Lo sonarie que vira viatgia e pòrta via, ritorna e pòrta a-n-aquò siu aquò qu’a vist e aquò qu’a escotat. Sonaire de viola. Sonaire de valada. Valadas occitanas, valadas de frontiera. Valadas de remesclas.” (Lou Dalfin)

mercoledì 8 luglio 2009

Da L'Eco del Chisone

Bene, mi permetto di riportare l'articolo apparso su L'Eco del Chisone del 08 luglio 2009 che parla del mio libro, sapete, ci tengo.

Nel nuovo romanzo storico di Candido Bottin
Il mistero della Pieve di Scalenghe
È uscito nei mesi scorsi per "The boopen editore" il romanzo "La chiesa nuova. La ricostruzione della Pieve di Scalenghe" del giovane architetto scalenghese Candido Bottin.
L'autore ha già pubblicato nel 2007 "Il confine", un breve romanzo ambientato a Gorizia, sulla piazza Transalpina, dove nel 2004 è stato rimosso il confine che divideva l'Italia dalla Slovenia.
Si tratta di un breve romanzo storico (di facile lettura anche grazie a uno stile fresco e spigliato), basato in gran parte su una vicenda realmente accaduta, emersa dalla consultazione di documenti conservati nella parrocchia e che abbraccia le vicende del Piemonte sabaudo tra il 1680 e il 1740.
È il 1732 quando crolla la vecchia chiesa di Pieve di Scalenghe e il pievano, don Piero Berruto, si impegna nella ricostruzione della chiesa, progettata niente meno che dall'arch. Gian Giacomo Plantery. Ma c'è un piccolo mistero di cui il pievano non è a conoscenza: nella vecchia chiesa è nascosto un documento segreto che alcuni notabili del tempo, tra cui il conte Folgore di Piossasco e il barone Salvey di Cumiana, non vogliono far venire alla luce…
«Con questo secondo lavoro - spiega Bottin - mi sono avvicinato di più agli interessi e alle conoscenze della mia vita di architetto».
Il libro si può acquistare su Internet, www.boopen.it, il biblioteca a Scalenghe o ancora ordinare in libreria.