Benvenuti

Questo è il mio blog personale, un blog di confine, dove proverò a pubblicare un pò di cose mie, per me e per chi le vorrà leggere.

Il Confine

...un confine, proprio perché si pone di fronte a una differenza, deve essere valicato, non deve essere ignorato ponendovi a limite la diffidenza, così come è valicato sistematicamente il confine che c’è fra il giorno e la notte, tra il prima e il dopo, tra la terra e il mare, fra l’uomo e la donna, tra la vita e la morte.

domenica 7 marzo 2010

Liberazione

Carlo si alzò presto quella mattina, indossò velocemente i calzoni, la camicia e la giacca e passò dalla cucina, dove prese una fetta di pane dalla credenza, poi uscì fuori. Il sole doveva ancora sorgere e allora attraversò in fretta il cortile e si inoltrò nel prato che c’era di fronte alla casa, fermandosi proprio sotto il grande noce che delimitava la sua proprietà. Poi si guardò intorno: il cielo in alto era limpido e l’aria frizzante. A est, verso Scalenghe, i primi bagliori del giorno si intravedevano emergere dalla foschia. Era uscito perché aveva bisogno di pensare, doveva convincersi che quello che era accaduto fosse proprio vero, che la guerra era finita.
Sì, perché la guerra era davvero finita!
Lo avevano saputo il giorno prima, il pomeriggio del 28 aprile, quando i tedeschi e i fascisti erano improvvisamente spariti dal paese e avevano visto le loro ultime colonne di automezzi che arrivavano da Pinerolo, passare sulla statale in direzione di Torino. A quel punto molti erano usciti in strada, ma proprio sul più bello la paura era tornata improvvisa, perché quattro aerei americani erano piombati sul campo di volo a bombardare e mitragliare la pista ormai deserta e solo il caso aveva evitato che ci fossero dei feriti o addirittura dei morti fra la gente. Poi anche a Viotto erano arrivati i partigiani, erano solo tre o quattro, ma erano bastati per trattenere la gente in piazza a parlare sino a sera inoltrata, quindi avevano attaccato al muro vicino alla chiesa il comunicato che annunciava la liberazione, intanto che il prete aveva cominciato a suonare le campane a distesa e così aveva fatto quello di Piscina, come già quelli di Pieve e Scalenghe tanto che i campanili si erano rincorsi in un concerto che aveva coinvolto tutta la pianura da Torino a Pinerolo, fino a quando era arrivata dalla radio la notizia, ancora incerta, che anche Mussolini era stato fucilato.
Tuttavia Carlo aveva bisogno di convincersi, di liberarsi l’animo dal peso che lo opprimeva. Anche perché questa era la terza volta che vedeva la fine di una guerra, quella che più lo aveva schiacciato. La prima volta era stato nel 1918, era una guerra che stava combattendo e gli era parso tutto più semplice, forse perché era giovane e voleva solo tornare a casa; la seconda volta era stato nel settembre del ’43, in una guerra che aveva vissuto da civile e non aveva quasi percepito, anche se come tutti ne desiderava la fine; così era stato contento di sentire dell’armistizio, ma poi l’illusione si era spezzata nel giro di pochi giorni e la nuova guerra gli era piombata in casa, inattesa e feroce come nessuno si sarebbe mai immaginato.
Mentre pensava a queste cose si sedette ai piedi del noce e cominciò a mangiare il pane che aveva messo in tasca e nel frattempo che mangiava vide arrivare verso di sé un giovane sui vent’anni. Non gli sembrava di conoscerlo, o per lo meno era una fisionomia che gli ricordava qualcuno, ma non sapeva dire chi. Questi lo salutò con un cenno della mano e si sedette accanto a lui poggiando la schiena contro il tronco:
- Allora è proprio finita, questa volta – disse Carlo spezzando il silenzio.
- Già, gli ultimi tedeschi sono passati sullo stradone stanotte. A quest’ora saranno già oltre Torino – rispose il giovane.
- Ma tu chi sei? Che mi sembra già di averti visto da qualche parte.
- Sono Giacomino il figlio di Mariuccia e Osvaldo.
- E quando sei arrivato? Non ti ho visto ieri in piazza - domandò Carlo riconoscendo a quel punto il giovane.
- Poche ore fa, vengo da Cuneo, dove sono stato negli ultimi mesi con i partigiani, ma sono quattro anni che manco da casa.
- E tua madre l’hai già vista?
- No, ma prima volevo sapere cosa è capitato qui da voi, mentre ero via.
- Eh caro mio, tu ne avrai viste di tutti i colori, ma anche noi abbiamo avuto le nostre.
- Ho visto che i tedeschi hanno costruito un sacco di roba qui intorno – disse il ragazzo.
Carlo guardò il ragazzo, aveva la barba lunga e i vestiti sporchi di fango e di chissà cos’altro, poi cominciò il lungo racconto delle cose accadute in quell’ultimo anno e mezzo:
- Ce li siamo trovati in casa da un giorno all’altro. Si sono piazzati a Scalenghe e Airasca e in pochi giorni hanno subito iniziato a trafficare per ingrandire l’aeroporto prendendo tutto quello che gli serviva senza tanti complimenti. Hanno fatto un’altra pista per gli aerei e Viotto si è trovato proprio al centro delle loro installazioni. Ci hanno messi tutti al lavoro - per carità ci pagavano e noi dovevamo mangiare - ma la verità è che lo abbiamo fatto perché quei maledetti facevano veramente paura. Ma cosa dovevamo fare? Non potevamo certo combattere perché c’erano le donne, i bambini, i vecchi. Non potevamo fare niente.
Poi ci sono stati i bombardamenti. Proprio qui da noi. Per carità, eravamo già abituati a vedere gli aeroplani Alleati che andavano a colpire Torino. Li sentivamo arrivare quasi sempre di notte: c’era questo rombo cupo che diventava fortissimo e si vedevano le formazioni fitte passarci sopra la testa, poi nelle notti più limpide i bagliori delle esplosioni arrivavano fino qui. Ad un certo punto ho adattato la cantina della casa a piccolo rifugio antiaereo, così in quelle occasioni vi si nascondevano le donne e i bambini che avevano paura del rumore degli aerei anche se io credevo che noi non correvamo nessun pericolo. E invece nel mese di agosto è capitato che una ventina di aerei ha attaccato il campo di Airasca in pieno giorno, lanciando bombe che sono cadute dappertutto nelle campagne circostanti e poi sono anche ritornati indietro a mitragliare la pista. Hanno detto che erano inglesi. Gli aerei sono tornati altre due volte e hanno anche ammazzato tre persone e due vacche.
Ma è stato proprio in quei giorni che molti giovani del posto, chi da Scalenghe, chi da Piscina, chi da Airasca, si sono uniti ai partigiani che dalle vallate avevano già esteso la loro azione anche alla pianura. Specialmente nella zona di Cumiana i gruppi partigiani erano molto attivi e hanno fatto moltissimi sabotaggi alla ferrovia di Pinerolo e a quella di Saluzzo. Quasi non passava giorno che non saltasse un ponte o uno scambio ed è capitato più di una volta di dover nascondere in casa qualcuno di questi ragazzi anche se il rischio era enorme, perché abbiamo visto quello che facevano i tedeschi per rappresaglia, non so se hai sentito cosa hanno combinato a Cumiana, che c’erano anche dei parenti di mia moglie, ma nessuno si è mai tirato indietro. A quel punto però anche la gente aveva smesso di lavorare per i tedeschi perché nessuno trovava giusto aiutarli, mentre tanti giovani rischiavano la vita e morivano per combatterli. Ed era la paura il sentimento più forte che provavamo in quei tempi, paura di veder morire le nostre donne e i nostri figli, paura di morire noi, ma soprattutto paura del futuro.
- Non potevate fare diversamente e la paura è normale, era una guerra fra un esercito spietato e una popolazione civile indifesa, ma anche noi in montagna avevamo paura. Paura di non vedere più tornare i compagni che partivano per le azioni, paura di essere presi e torturati, ma la voglia di libertà era ancora più forte, perché sapevamo di essere dalla parte giusta – aggiunse Giacomimo, poi Carlo riprese:
- Ma ancora questi ultimi sono stati mesi terribili, ogni tanto arrivavano notizie dell’avanzata degli Alleati nel centro Italia e si capiva che oramai i tedeschi e i fascisti erano alla fine, eppure più passavano i giorni, più sembrava che la loro ferocia aumentasse. Solo due o tre giorni fa, quando già sapevamo che Torino era liberata e i tedeschi si preparavano a fuggire, ci sono stati dei morti, inutili e ancora più tristi perché arrivati con la guerra finita – poi Carlo smise di parlare mentre il giovane lo osservava sorridendo:
- Sai – gli disse – io sono partito militare e mi hanno mandato in Albania, poi in Grecia e pensavo che era giusto andare a fare la guerra per il duce. Ma con l’armistizio tutto è crollato e siamo stati abbandonati a noi stessi, allora come tanti sono scappato e in qualche modo sono riuscito a tornare in Piemonte. Mi sono unito ai partigiani e lì è cambiato tutto, perché fra loro ho conosciuto persone con idee precise, giuste, ho sentito parlare di libertà, di democrazia, di giustizia e legalità, di diritti delle persone, tutte cose che non sapevo neanche cosa fossero. Ma erano cose di una bellezza e di un’importanza estrema e proprio per questo abbiamo combattuto duramente per ottenerle e d’ora in poi niente sarà più come prima, perché queste sono idee che diventavano fatti e così anche quelli che sono morti per opporsi alla tirannia, avranno giustizia, perché chi muore per la libertà rimane sempre vivo nel ricordo degli altri. E non dovrà mai più esserci un’altra generazione di giovani costretta a combattere una guerra come è capitato a voi nel ’15 e a noi adesso. Ci dicevano che il fascismo era la forza dell’Italia, che il duce era la nostra luce e ce lo dicevano così convinti che noi ci credevamo, ma abbiamo capito che non era così che quello che conta è il rispetto, la dignità, la giustizia. Non lasceremo spazio ad altro e non ci saranno altre guerre perché noi non lo permetteremo! Questo disastro e queste sofferenze non porteranno ad un'altra Italia della guerra, ma ad un Italia della pace – Carlo vide che il ragazzo si era illuminato e sentirlo parlare in questo modo aveva rasserenato anche lui. Pensò che se questa era la forza delle idee dei giovani allora le cose potevano veramente cambiare.
- Ti saluto, vado a trovare mia mamma, ciao – disse all’improvviso Giacomo. Carlo si alzò per salutare, poi sentì sua moglie che lo chiamava:
- Carlo, vieni a casa che c’è da fare.
Si voltò:
- Giusto, c’è da fare; c’è molto da fare! – pensò. Allora si avviò ed era allegro perché non si sentiva affatto stanco; respirò a pieni polmoni e mentre vedeva il paese rianimarsi e molta gente giungere dalle strade intorno, capì che quello era veramente un giorno nuovo.

venerdì 23 ottobre 2009

Scalenghe, 13 ottobre 1693

Ricordo il rumore dei cavalli e il rombo cupo che saliva sino a divenire assordante mentre riempiva le orecchie e la testa. Ricordo l’odore della polvere umida che penetrava negli occhi e nella gola e non ti faceva respirare. Ricordo le grida di quelli che dicevano alle donne di scappare e nascondersi da qualche parte. Ricordo il pianto di un bambino rimasto solo in mezzo alla strada, mentre soldati e cavalieri gli sfrecciavano intorno, miracolosamente senza toccarlo. Ricordo le porte del recinto sfondate come fossero di carta, attraverso le quali entrava un numero infinito di soldati, dopo che stupidamente ci eravamo illusi che quelle povere palizzate potessero proteggerci dall’orda barbara e incontrollata. Ricordo che sono entrati travolgendo tutto e tutti, perché non avevamo difese contro di loro, chè non eravamo certo noi pochi uomini, armati solo di forconi e di qualche vecchia sciabola arrugginita a poter tenere fuori dal paese un esercito straniero bramoso di saccheggio.
Fu così che irruppero in mezzo alla piazza: prima i cavalieri, poi la truppa a piedi. Vicino a loro stava il comandante, fiero e tranquillo sul suo cavallo: il generale Catinat, dissero. Ad un suo cenno, alcuni ufficiali che gli stavano intorno lanciarono degli ordini e lì si scatenò la barbarie. Gruppi di soldati entrarono in tutte le case, che per fortuna nella gran parte erano vuote. Chi era potuto fuggire lo aveva fatto verso le campagne, dalla parte di Cercenasco o di Buriasco, molti, quasi tutti i vecchi, le donne e i bambini si erano rifugiati nella chiesa di S. Caterina, sollecitati dal prete che credeva fermamente che le solide mura e il rispetto di Dio avrebbero fermato gli invasori e in questo almeno ebbe ragione.
Quelli che non avevano lasciato le case e si erano nascosti nelle cantine o nelle soffitte, illudendosi in questo modo di essere al sicuro e di proteggere i loro beni, non ebbero scampo. Furono tutti trovati e uccisi sul posto o peggio ancora trascinati per strada e massacrati dopo essere stati fatti oggetto di dileggio e torture di ogni genere; cosa che avvenne anche a quelli che si erano fatti sorprendere per strada a fuggire chissà dove. In un vicolo una donna era preda delle brame di quattro soldati: un gruppo di uomini tra cui Giò Battista e Ugo Antonino, intervennero a sua difesa, ma i soldati reagirono con violenza e mentre uno continuava a tenere ferma la donna, gli altri massacrarono i poveri compaesani che li avevano disturbati. Antonino fu abbattuto con un colpo d’ascia, Giò Battista ucciso con la spada e buttato in un angolo, gli altri fuggirono, poi i barbari compirono il loro delitto e alla fine neppure la donna venne risparmiata. In quei momenti la vita di un uomo non aveva, per quei soldati, più valore di quella di una gallina o di un coniglio. Né alcuna casa rimase indenne dalla ferocia dei francesi: che fosse di quelle più povere dove non c’era quasi nulla da prendere, o che fosse di quelle più ricche dove i soldati facevano man bassa di tutto ciò che trovavano. Portavano via quello che ritenevano di valore distruggendo e gettando fuori tutto il resto, mobili, vestiti, suppellettili, poi alla fine, inderogabilmente, davano fuoco all’edificio. Sorprendeva la loro incredibile capacità di svuotare un edificio e gettare tutto in strada nello spazio di pochi minuti.
A sera tutto il paese era ridotto in fiamme.
E mentre tutto ciò accadeva, nel cortile del castello dei Signori Piossasco, il generale Catinat, seduto su una seggiola da campo in tela, sorseggiava un calice di vino rosso, conversando amabilmente con i suoi ufficiali, mentre attendeva la fine della razzia.
Alla fine di tutto non ebbe miglior sorte neppure lo stesso castello: i pochi servitori che lo difendevano furono passati per le armi nel giro di qualche istante, poi, dopo il saccheggio selvaggio, alcuni soldati trascinarono di fronte all’edificio un cannone da campagna, facendolo oggetto di numerosi colpi che aprirono larghe brecce nei muri. Quindi furono minate le fondamenta e alla fine anch’esso fu dato alle fiamme. A notte inoltrata il calore del fuoco fece brillare le mine e il castello venne giù in rovina.
Vidi quest’ultima scena dall’alto, perché impotente e incapace di fare qualcosa, anche io mi ero rifugiato nella chiesa, poi insieme ad altri uomini ero salito nel sottotetto dell’edificio da dove avevamo tolto alcune tegole uscendo fuori ad osservare lo straziante spettacolo del nostro paese distrutto. Con stupore di tutti, ma come il prete aveva previsto, la chiesa non fu toccata, anche se il suo muro esterno divenne il luogo prescelto dalla soldataglia per orinare e defecare.

Eppure tutto questo non era giunto inatteso. Il primo segno che qualcosa di grave sarebbe accaduto lo si ebbe alla fine di settembre. Eravamo intenti a lavorare in un fosso al Campolungo quando vedemmo passare sulla strada di Castagnole un convoglio formato da due carrozze e quattro carri carichi di suppellettili di ogni genere, scortato da alcuni cavalieri. Erano gli abitanti del castello, Signori della famiglia Piossasco, che lasciavano Scalenghe alla volta di Torino. Fu una cosa inconsueta perché mai a memoria nostra i Signori Piossasco avevano abbandonato il paese lasciando a guardia del palazzo solo pochi servitori.
Qualche giorno dopo, invece, giunse notizia che i francesi avevano disceso la valle di Susa e stavano attaccando il Duca Vittorio Amedeo alle spalle, mentre egli cercava di prendere Pinerolo. In effetti prestando attenzione ci accorgemmo che erano cessati i colpi di cannone che anche di notte, da qualche settimana, si sentivano provenire costantemente dalla direzione di Pinerolo e non si udiva più nulla. Ma fu il giorno quattro che si seppe della battaglia. Salimmo sul campanile per osservare verso nord, nella direzione di Volvera. Nonostante la distanza si sentiva distintamente il rombo del combattimento. Nuvole di fumo che si alzavano in cielo si videro per tutta la giornata, mentre messaggeri raggiungevano i paesi per portare qualche notizia. Ora sembrava che prevalesse il Duca, ora sembrava avessero la meglio i francesi. Poi tutto cessò e non si seppe più nulla per qualche giorno.
Le prime avanguardie di coloro che scappavano, arrivando da Airasca, chiarirono definitivamente i dubbi su chi aveva prevalso nel terribile scontro. I francesi! Avevano vinto i francesi! Tutti avevamo chiaro nella testa ciò che sarebbe accaduto. Trascorsero due giorni di relativa calma, in cui mentre si rafforzavano le palizzate, qualcuno osava sperare che l’esercito di Catinat sarebbe ritornato indietro verso la val Susa o si sarebbe diretto a Torino. Ma il mattino successivo fu a tutti ben chiaro il nostro destino. E mentre i primi cavalieri si affacciavano alle porte del nostro paese, già gli abitanti della Pieve erano fuggiti per le campagne, lasciando le loro case quale ambita preda alla retroguardia dell’esercito invasore.

Ricordo che uscimmo dalla chiesa alle prime ore dell’alba, dopo che i francesi se ne erano andati. Ricordo che ci aggiravamo per il paese, cercando fra le case qualcuno che fosse ancora vivo. Ricordo che da una di queste sentii provenire un lamento flebile e, salito al primo piano, vidi che sul letto vi era il cadavere di una giovane donna, Rosa; al suo fianco un soldato francese giaceva, anch’egli morto, con un pugnale conficcato nel cuore. In un angolo piagnucolava un bambino di circa un anno, il figlio della ragazza. Lo presi in braccio e uscii in strada. Intanto sentivo un rombo lontano e mi voltai per capire da dove provenisse.
Guardai verso sud.
Nel cielo di Cercenasco già si vedeva salire il fumo dei primi incendi.

martedì 22 settembre 2009

Premio Letterario città di Pinerolo

Il racconto "Il Piave Mormorava..." si è classificato al 4° posto al XX Premio Letterario Nazionale Città di Pinerolo.

giovedì 9 luglio 2009

Ousitanio

Le quattro case in pietra formano una piazza che è poco più di uno slargo della strada, tanto è ristretta. Su un lato un glicine sale abbarbicato ad un piccolo balcone che si protende verso i quattro suonatori che stanno offrendo il loro meglio nell’esecuzione di una curenta della Val Varaita.
Seduto al tavolo della vecchia osteria, ascolto l’andare imperfetto della ghironda e dell’organetto a cui fanno da contraltare il flauto e il violino, mentre al centro dello slargo due uomini e due donne eseguono con passi conosciuti le figure dell’antica danza.
Di tanto in tanto la brezza della sera lascia la montagna e scende a riempire le strade e i cortili fra le case, mentre la luna fa capolino da qualche angolo sopra i tetti.
C’è un vecchio seduto davanti alla porta di casa, pare assorto nei suoi pensieri e voglio immaginare che stia pensando ad una sera come questa, di quando era giovane e in questa piazzetta, dopo una giornata di fatica sul campo ripido, si sforzava ancora di trovare il modo di parlare alla ragazza di fronte, che senza farsi vedere lo guardava di tanto in tanto, sperando la invitasse a ballare.
I suonatori cambiano musica, attaccando una bourèe e mi viene da pensare a quanto è bella questa musica, così antica e moderna insieme, che sembra chiusa fra le montagne, ma che all’improvviso vola via e allora la senti che parla di Provenza e Guascogna, che profuma di larici e di lavanda, che sa di polenta e acciughe salate, di viaggio, di vento, di sole e di mare.
Finisce la musica, i danzatori si fermano e il vecchio rientra in casa, allora mi alzo e vado dai suonatori, voglio solo fargli i complimenti, ma ci mettiamo a parlare e parlare e poco a poco mi fanno scoprire cosa vuole dire Occitania. E’ tardi, allora finisco un ultimo bicchiere e vado anche io, mentre penso alle parole della canzone:
“Remesclas. De sang e de musica, de temps e de gents, de raives e d’ideas. L’òme que coneis sa terra a ren pòur, se mescla. E remescla. Aquò qu’aiva dran a-n-aquò qu’al a devant. Aquò que ven da luenh e aquò qu’es siu. Aquò que se pòl veire e aquò que se pantalha. Lo sonarie que vira viatgia e pòrta via, ritorna e pòrta a-n-aquò siu aquò qu’a vist e aquò qu’a escotat. Sonaire de viola. Sonaire de valada. Valadas occitanas, valadas de frontiera. Valadas de remesclas.” (Lou Dalfin)

mercoledì 8 luglio 2009

Da L'Eco del Chisone

Bene, mi permetto di riportare l'articolo apparso su L'Eco del Chisone del 08 luglio 2009 che parla del mio libro, sapete, ci tengo.

Nel nuovo romanzo storico di Candido Bottin
Il mistero della Pieve di Scalenghe
È uscito nei mesi scorsi per "The boopen editore" il romanzo "La chiesa nuova. La ricostruzione della Pieve di Scalenghe" del giovane architetto scalenghese Candido Bottin.
L'autore ha già pubblicato nel 2007 "Il confine", un breve romanzo ambientato a Gorizia, sulla piazza Transalpina, dove nel 2004 è stato rimosso il confine che divideva l'Italia dalla Slovenia.
Si tratta di un breve romanzo storico (di facile lettura anche grazie a uno stile fresco e spigliato), basato in gran parte su una vicenda realmente accaduta, emersa dalla consultazione di documenti conservati nella parrocchia e che abbraccia le vicende del Piemonte sabaudo tra il 1680 e il 1740.
È il 1732 quando crolla la vecchia chiesa di Pieve di Scalenghe e il pievano, don Piero Berruto, si impegna nella ricostruzione della chiesa, progettata niente meno che dall'arch. Gian Giacomo Plantery. Ma c'è un piccolo mistero di cui il pievano non è a conoscenza: nella vecchia chiesa è nascosto un documento segreto che alcuni notabili del tempo, tra cui il conte Folgore di Piossasco e il barone Salvey di Cumiana, non vogliono far venire alla luce…
«Con questo secondo lavoro - spiega Bottin - mi sono avvicinato di più agli interessi e alle conoscenze della mia vita di architetto».
Il libro si può acquistare su Internet, www.boopen.it, il biblioteca a Scalenghe o ancora ordinare in libreria.

lunedì 22 giugno 2009

...Estate

Stare nel mezzo del pomeriggio con questa calura mi era di grande fatica. L’aria pesante, umida, appiccicosa e solida che la potevi tagliare a blocchi e impilare come le pietre di una cattedrale, non mi faceva respirare. In alto, il cielo grigio e uniforme, che impediva la vista ristoratrice delle montagne, chiudeva il cerchio del fastidio.
Poi è arrivata, annunciata da un brontolio e dallo scurirsi del cielo di là, verso la Liguria, con uno scroscio violentissimo, liberatore. Dopo, la massa di nubi si è aperta, liberando qua e là le montagne; l’aria finalmente raffrescata tornava con piacere a riempire i polmoni.
Anche le piante e l’erba del giardino si capivano soddisfatte, quasi quanto le anatre e le oche che non potevano credere alla fortuna della inattesa e magnifica pozzanghera in mezzo al cortile. La pianta di fichi nell’angolo dell’orto, mi attendeva gocciolando dai frutti maturi. Tutti eravamo beati del bene più prezioso.
Poi, proprio davanti a me ho visto una rosa aprirsi e godere della vita che dall’acqua le veniva offerta.
E così, anche io bagnato dalla pioggia, ho desiderato che il mondo fosse come il mio giardino e ogni uomo come la rosa e possa godere anch’egli della vita che dall’acqua gli sia offerta.

La Fotografia

Avevo appoggiato la fotografia sulla scrivania, proprio di fronte al computer, dopo averla girata e rigirata cento volte cercando di farmi venire un’ispirazione o un’ idea qualsiasi. Certo che la commissione d’esame del corso di letteratura italiana aveva avuto proprio una bella pensata per il racconto da proporre all’esame finale. Invece della solita traccia scritta che era sempre stata data negli anni precedenti, quest’anno avevano fornito una fotografia in bianco e nero: un portico ottocentesco con una figura d’uomo in controluce che avanzava. E su questo avremmo dovuto sviluppare la nostra narrazione.
No, non ce l’avrei mai fatta, due anni di corso buttati via senza neppure ottenere il diploma finale, questo era il risultato previsto.
Va bene, per oggi poteva bastare, tanto non veniva fuori nulla di accettabile, era meglio andare a dormire sperando che la notte portasse consiglio.
Spensi la luce, e con gli occhi chiusi continuavo a pensare alla fotografia, la mia mente ondeggiava tra il sonno e la veglia e in quella situazione mi sembrò che quell’immagine non mi fosse del tutto nuova, era come se in quel posto, sotto quei portici io ci fossi già stato, perché quella non era per me una fotografia qualsiasi, ma un’immagine che scavava nella mia memoria alla ricerca di un ricordo lontano.
E mentre il sonno prendeva il sopravvento ebbi la certezza che, veramente io sotto quel portico c’ero già stato.
Avevo otto anni, camminavo assieme a mio padre che mi teneva per la mano, non so quale città fosse, ricordo che la giornata era bella, ma faceva freddo. All’improvviso vedemmo venire verso di noi un uomo che avanzava con passo deciso, il quale, quando ci incrociammo, mi sfiorò con un braccio, poi fatti pochi passi all’improvviso si fermò voltandosi a guardarmi. Anche io mi fermai e mi girai staccandomi da mio padre. La figura che prima mi era sembrata scura e massiccia adesso non lo era più e mi guardava con un sorriso. Poi, senza parlare l’uomo mi tese la mano, invitandomi a seguirlo e non so per quale motivo lo feci, ma lo seguii. Voltammo in una via laterale dove i portici erano scomparsi ed entrammo in un androne che dava accesso ad un piccolo cortile delimitato da alti muri in mattoni. Al fondo vi era un passaggio chiuso da un cancello in ferro, e noi ci avviammo proprio verso quello, con passo deciso: era come se l’uomo sapesse esattamente dove andare; dall’altra parte si intravedeva un giardino denso di alberi e vegetazione. Entrammo nel giardino che visto da fuori non sembrava troppo grande, ma una volta lì pareva che invece fosse molto ampio, anzi addirittura non si intravedevano i confini.
- Dove siamo e dov’è il mio papà? – domandai finalmente anche se con timore.
- Non ti preoccupare, tuo padre lo rivedrai presto – mi disse – ora devi accompagnarmi in un posto.
- Ma tu, chi sei? – insistei ancora.
- Chi sono non ha importanza, poi lo capirai, ora vieni, visitiamo questo giardino.
Non avevo paura perché il tono dell’uomo era particolarmente sereno e poi ero incuriosito da quel luogo così strano, che, ora che lo guardavo meglio, non sembrava neanche più un giardino, ma quasi un bosco, anzi un bosco molto grande: ma com’era possibile? - dato che eravamo in una città, o almeno così credevo.
Ci inoltrammo nel bosco che era fitto di querce e faggi, attraverso un sentiero sinuoso. Mano a mano che avanzavamo il bosco diveniva sempre più fitto, tanto che non filtravano quasi neppure i raggi del sole. Ad un certo punto giungemmo al margine di una piccola radura, ormai mi ero convinto di essere finito in una foresta, su un lato si vedeva una piccola costruzione in mattoni, dall’altra parte una casa più grande. L’uomo mi condusse sino a quest’ultima. Era a due piani e sembrava molto antica, un grande roseto si trovava davanti alla facciata e incorniciava due finestre. Entrammo, c’era una grande stanza, con il soffitto piuttosto alto, un tavolo e solo alcuni mobili. Sembrava che l’uomo conoscesse bene quel luogo perché si avviò verso il fondo della stanza e da un mobile trasse una scatola di cartone, tutta rivestita con stoffa rossa.
- Siediti - mi disse – guardiamo cosa c’è in questa scatola.
La aprì, era ricolma di fotografie molto vecchie e ingiallite.
C’erano ritratti di persone, uomini, donne, bambini che non avevo mai visto, tutte vestite con abiti che non si usavano più, altre fotografie di oggetti e abitazioni di qualche luogo che non conoscevo.
Guardavo quelle immagini e non sapevo a cosa pensare, quale significato potevano avere per me, poi mi capitò in mano la fotografia di un bambino.
A vederlo aveva pressappoco la mia età. Anche i capelli erano chiari come i miei e leggermente ondulati. Anzi ad osservarlo bene mi somigliava proprio, di più, se non fosse stato per il vestito avrei detto che ero proprio io. Rimasi colpito nel vedere la fotografia di un bambino che mi somigliava così tanto. L’uomo colse lo stupore del mio sguardo e disse:
- Ti piace? Quello sono io da bambino.
- Mi… mi somiglia un po’ – dissi balbettando.
- Si, un po’ – confermò l’uomo.
Girai la fotografia e lessi una data: 1912 e poi un nome, Candido.
- Anche io mi chiamo Candido! – esclamai.
L’uomo sorrise, poi si alzò di nuovo e sempre dallo stesso mobile trasse una scatola di biscotti, la aprì e mi invitò a mangiarne:
- Sono buoni – disse.
Ne assaggiai uno, era veramente buono, come non ne avevo mai mangiati, ne presi ancora un altro e un altro ancora, anche l’uomo mangiava e rideva. Quando la scatola fu finita disse:
- Vieni dobbiamo andare, tuo padre ci aspetta.
Ripose la scatola con le fotografie e anche quella dei biscotti, pure se era vuota, poi uscimmo dalla casa e tornammo nella radura, quando ci inoltrammo nel bosco mi sembrava più piccolo di prima, forse perché ci ero già passato, tanto che nello spazio di pochi istanti raggiungemmo il cancello di ferro e uscimmo nel cortile, poi di lì nella via.
Quando svoltai l’angolo della strada vidi mio padre sotto i portici che guardava dall’altra parte.
- Ciao – mi sussurrò l’uomo – ora và.
- Ciao – risposi.
- Papà.
- Ah Candido, vieni, non ti allontanare, che già quel signore ti ha quasi buttato a terra. Chissà dove andava così di fretta, è già sparito.
- Ma papà non mi hai cercato? – chiesi.
- No, perché? Mi sono solo voltato un momento – rispose.
Rimasi colpito dalla risposta, poi realizzai che anche se io credevo di essermi allontanato per molto tempo, per mio padre quel tempo non era affatto trascorso e per lui io ero sempre stato lì. Ma allora, cosa era accaduto?
- Papà ci siamo già stati in questa città? – domandai.
- No è la prima volta che veniamo, ma è molto bella, penso che ritorneremo ancora.
- Papà, senti, ma come mai mi chiamo Candido?
- Ah che domanda…è una storia strana, pensa che tua nonna aveva un fratello che portava il tuo stesso nome. Per un incidente accadutogli mentre aiutava i suoi nel lavoro dei campi è morto che era ancora bambino, a soli otto anni. Poi nessuno nella famiglia, per un motivo o per l’altro ha dato più questo nome ai suoi figli e solo alla tua nascita, io e mamma, abbiamo pensato che sarebbe stato bello ricordare quel lontano pro-zio.
- Ma quando è morto di preciso lo zio Candido?
- Eh non ricordo, mi pare nei primi anni del secolo.
- Nel 1912?
- Si, nel 1912, giusto, ma tu come fai a saperlo?
- Niente, niente, ho tirato a indovinare.

Dopo il sonno mi svegliai presto e notai che la fotografia appoggiata alla scrivania era caduta. La sollevai e dandole ancora un’occhiata prima di uscire ebbi la certezza che oggi un’idea per il mio racconto, mi sarebbe certamente venuta.