Benvenuti

Questo è il mio blog personale, un blog di confine, dove proverò a pubblicare un pò di cose mie, per me e per chi le vorrà leggere.

Il Confine

...un confine, proprio perché si pone di fronte a una differenza, deve essere valicato, non deve essere ignorato ponendovi a limite la diffidenza, così come è valicato sistematicamente il confine che c’è fra il giorno e la notte, tra il prima e il dopo, tra la terra e il mare, fra l’uomo e la donna, tra la vita e la morte.

giovedì 21 marzo 2013

Shoah - 38466296653



Gli occhi sperduti dentro quelle quattro ossa, che per qualche misterioso motivo riuscivano ancora a rimanere in piedi, non sapevano neppure da che parte guardare, quando i primi soldati russi si affacciarono increduli alle recinzioni. Daniele fissava quegli uomini in maniera meccanica e senza pensare a nulla. Ormai da mesi non pensava più a nulla, diversamente non avrebbe potuto sopravvivere a quell’inferno. Come lui stavano le altre migliaia di cadaveri viventi, tanto allucinati che dopo che i tedeschi erano scappati - due giorni prima - nessuno era uscito dal lager e tutti erano rimasti fermi ed inermi ad aspettare che qualcosa accadesse.
Erano due anni che Daniele stava nel campo; il treno che li aveva portati si era fermato nella nebbia notturna e finalmente le porte del carro bestiame si erano aperte, lasciando entrare l’aria fresca. In realtà non sapeva quanti giorni avessero viaggiato, dato che aveva perso la cognizione del tempo e non sapeva neppure perché li avessero presi, lui che aveva tredici anni, suo fratello Davide di otto anni appena, i genitori, i nonni, tutti buttati giù dal letto, strappati da casa in piena notte e radunati in piazza con tutte le altre famiglie del quartiere.
Li avevano caricati sui camion urlando parole incomprensibili dove solo ogni tanto si capiva “Jude” e poi li avevano spinti direttamente sui carri bestiame di un lungo treno che attendeva spettrale, con tanta altra gente impaurita come e forse più di loro.
La mamma piangeva, ma, almeno erano rimasti insieme: “Se stiamo insieme non ci capiterà niente” – pensava – “Se sono con la mia famiglia non corro nessun pericolo” – ripeteva nella testa come un mantra.
Poi il treno era partito. Un’ora dopo l’altra era passato molto tempo; avevano cominciato ad avere fame e sete: “Magari adesso ci fermiamo e ci danno da mangiare” – pensava ancora - “Magari ci danno una coperta” perché aveva anche freddo.
Qualcuno lì nel vagone diceva che sarebbero andati a lavorare: “Ci portano in Germania per lavorare, io lo so. Ci tratteranno bene, perché dobbiamo lavorare nelle loro fabbriche”. Ma Daniele non era tanto sicuro di saper lavorare, perché aveva solo tredici anni: “E mio fratello?” – pensava - “Davide ha otto anni è solo un bambino, come farà a lavorare?” I suoi genitori pareva non sapessero nulla di quello che gli sarebbe accaduto, ma gli dicevano di stare tranquillo, di non preoccuparsi. Però la mamma piangeva sempre, cercando di non farsi vedere, ma lui se n’era accorto.
Alla fine il treno si era fermato e le porte si erano aperte. Nella nebbia c’erano molti uomini che urlavano, cani che abbaiavano. C’era stata tanta confusione e in un attimo non aveva più veduto la mamma e neppure suo fratello. Poi si era accorto di non scorgere più suo padre: “E i nonni?” Dove sono finiti i nonni?
Si era trovato nel campo da solo, senza incontrare più nessuno dei suoi. Ogni tanto domandava notizie, ma pareva che nessuno sapesse niente dei suoi genitori, di suo fratello. Poi, poco per volta, si era abituato a tutto: alla fame, alle botte, al freddo, alla fatica, alle umiliazioni, alla puzza degli escrementi.
Non pensava più a nulla, non sapeva neppure più chi era, perché ormai Daniele era sparito; c’era solo un numero, quel lungo numero che gli avevano inciso sul braccio e che velocemente aveva dovuto imparare a memoria in quella lingua cruda e ostile.
Poi tutto è finito e lui è tornato, liberato dall’inferno, uno scheletro d’ossa, nel corpo e nella testa. Suo fratello di otto anni, la mamma, suo padre, i nonni non c’erano; svaniti nel nulla in quell’istante stesso che erano scesi dal treno. Probabilmente li aveva respirati nel fumo incessante che usciva dal camino con tanti altri e solo lui era rimasto, senza motivo a quel punto, senza ragione alcuna.

D’improvviso si sveglia: è l’infermiera della casa di riposo che lo sta chiamando. “Signor Daniele, Signor Daniele, si alzi, dobbiamo fare il bagno”.
Il bagno già! Ancora una volta dovrà togliere la camicia e per qualche minuto guardare il suo braccio e vedere quel numero.
Sì perché Daniele ora vive in una casa di riposo; ha ormai più di ottant’anni e tutti sanno che lui non toglie mai la camicia, se non quando deve lavarsi. Non per gli altri, perché non si vergogna, ma per sé stesso, vuole nascondere, non vuole vedere il suo braccio sinistro: 38466296653.
Questo è il suo nome, perché Daniele è morto nel lager, con la sua adolescenza e la sua vita negata. Poi nei suoi giorni trascinati, nelle sue notti insonni, è stato per sempre 38466296653, incancellabile come l’urlo dei soldati “Jude!”, incancellabile come una domanda senza risposta: “Perché?”

Pianura



Di questa campagna conosco ogni albero e ogni pietra, i colori delle case e gli odori degli animali. La percorro avanti e indietro da quando sono nato e posso dire che è casa mia, perché di qua non sono mai andato via.
Quando posso me ne vado in giro e mi fermo ad osservare il paesaggio e se il cielo è sereno lo sguardo spazia per cento chilometri e oltre. Trovo bellissimo fissare le cose nella luce del mattino limpida e radente per confrontarle con quella della sera quando tutto assume una dimensione diversa e mi piace fra i campi e gli alberi individuare di tanto in tanto i campanili che emergono a indicare la presenza dei borghi, dove può trovare ognuno la casa propria, perché nel loro esistere - tutti simili, ma ciascuno unico e diverso – scandiscono sia lo spazio fisico che quello del tempo. Su tutto e su tutti domina la cerchia delle Alpi, vasta e imponente, che è insieme orizzonte fisico e mentale, la quale, come un guscio protettivo, rende così personale e intima questa terra.
In questo luogo c’è una stagione che mi piace più di ogni altra. «E’ l'estate» dirai. Già, l’estate! L’estate qui è bella, calda, con i pomeriggi assolati da non poter stare fuori prima delle cinque e le sere dolci, lunghe all'infinito. La notte dura poco, a volere si potrebbe anche dormire all’aperto, sotto un albero o in mezzo a un prato, fino al mattino quando il sole chiama presto e il paese si muove indaffarato e brulicante. Ma per me, fra tutte, la stagione preferita è la primavera, specialmente da fine marzo in poi. Sarà perché forse marzo è il mese che sono nato, non so; comunque in quel periodo le mattine sono ancora fresche, ma non gelate come in autunno, quando spesso c’è anche una nebbia lattiginosa e spessa, che persiste tutto il giorno o in inverno, quando fa veramente freddo.
In primavera le piante e i campi rinascono, le giornate si allungano a vista d’occhio e si percepisce in tutte le persone quella sottile euforia che precede qualche avvenimento importante che può essere l’attesa di una festa o di un matrimonio, come l’arrivo della bella stagione.
Sorprende sempre il risveglio della natura. Gli alberi e i campi che hanno dormito nel lungo inverno come morti, all'improvviso riprendono vita, specialmente questi ultimi, arati di fresco e concimati, nelle ore del mattino ancora fredde, fumano, letteralmente, come se dalle viscere della terra, il calore pulsante del sangue sgorgasse per farle riprendere il suo eterno ciclo vitale.
Capita poi un certo giorno, che uno si svegli di soprassalto in piena notte sentendo fuori come un boato che scuote tutta la casa.
E’ un vento fortissimo che si era alzato sommesso, ma che nel giro di poche ore ha preso una forza incredibile, affascinante e spaventevole: sono questi i giorni del phon caldo e turbinoso che dalle montagne sferza la pianura, scuotendo i tetti delle case, infiltrandosi tra le imposte, rovistando nei fienili, sollevando turbinii di foglie e polvere, spazzando i cortili e le strade. Quando finalmente si placa dopo aver sfogato tutta la sua energia ci si accorge che si è tirato dietro la primavera e ora la lascia lì, bellissima e luminosa, da tanto attesa e desiderata. Allora nel giro di pochi giorni, le piante esplodono in uno scintillio di fiori e di colori, per poi lasciare posto rapidamente alle folte chiome, verdi di foglie novelle. Nei prati l'erba, finalmente rinata, si punteggia anch'essa di infiniti fiori. Le api e gli altri insetti volano incessantemente a svolgere il prezioso lavoro a loro richiesto dalla natura, secondo un disegno misterioso che nessuno sa capire da dove venga fuori. “Solo Dio poteva creare tutto questo” diceva mio nonno Carlo a noi nipoti “dotare gli animali,  le piante e tutti gli esseri viventi di quella incredibile capacità di saper fare ciò che è necessario per la vita, nel momento giusto e nel modo giusto. Ogni anno, per tutti i secoli. Anche il nostro corpo, nasce, cresce e si modifica senza che noi ne sappiamo niente, fa tutto da solo. Gli uomini ogni tanto pretendono di metterci mano, ma è solo per sistemare qualche piccolo guasto che viene fuori. Per tutto il resto dobbiamo affidarci al Signore.”
Lo diceva mio nonno e in tanti decenni, in fondo, qui poco è cambiato; come in ogni luogo molti uomini sono passati e generazioni hanno vissuto, sofferto, amato e combattuto, magari non per scelta, ma perché quella era la loro vita. Nelle loro menti il mondo qui cominciava e qui finiva, quasi tutti non sarebbero mai usciti da questo intorno, non avrebbero forse neppure visto la stessa Torino, né  tanto meno si sarebbero posti la domanda di sapere chi abitava oltre le montagne o al di là delle colline e se il mondo fuori aveva qualcosa di meglio o di peggio da dare loro, rispetto alla vita che si attendevano.
Oggi tutto è diverso, se volessi potrei vivere in qualsiasi posto e fare qualunque cosa mi passi per la mente.
Potrei, ma non voglio.
Se vado via per un po’, dopo devo ritornare.
Qui dove sono nato, nella mia pianura.

domenica 4 settembre 2011

Agosto 1987

L’anno era il 1987, di questo sono sicuro. Il giorno non so, intorno al 20 di agosto, più o meno; d’altra parte tornavamo sempre dal mare dopo ferragosto, perciò i giorni erano quelli, ma poi adesso, a distanza di anni, giorno più o giorno meno che differenza può fare? Nessuna. Il fatto, triste, era che comunque per me l’estate era finita. Quando tornavi dal mare avevi solo rotture di scatole davanti agli occhi; prima i lavori nell’orto, immancabili, noiosi, che mio padre e mia madre mi costringevano a fare, perché “Si deve dare una mano”: togliere le patate, zappare, fare la passata di pomodori, spremere, invasare, sterilizzare; tutti gli anni la stessa storia, con ottocento metri quadri di orto, mica una cascina. Poi ricominciava la scuola, l’università, la sessione di esami di settembre, l’inizio dell’anno accademico. Mio fratello non c’era, quella volta, non ricordo perché, forse era rientrato il giorno prima con un suo amico e noi, io, mio padre e mia madre, viaggiavamo sulla padana inferiore, come al solito: Isola Verde, Mantova, Cremona, solo lì prendevamo l’autostrada – quando la prendevamo – per uscire a Felizzano, in modo da risparmiare qualcosa sul biglietto, poi ancora statale, Asti, Carmagnola, tutti i paesi, fino a casa. Comunque quella volta l’avevamo presa - l’autostrada - e meno male perché la macchina già non andava avanti per conto suo, con la bella idea che aveva avuto mio padre prima di ripartire dal mare. Io pensavo a Valentina, l’avevo conosciuta lì nel campeggio. Una storia intensa, ma breve, da estate, cinque giorni in tutto, ma mi era sembrata chissà cosa e adesso pensavo se avrei ancora potuto rivederla: io a Torino, lei a Padova, quattrocento chilometri di distanza, dici niente. Non poteva abitare anche lei a Torino? O io a Padova, che tra l’altro mio padre a Padova c’era pure nato. Che sfiga.

Sulla radio avevo messo Ron “E’ l’Italia che vaaa, con le sue macchinine brum, brum”, ecco appunto, ma era già il periodo che cominciava a non piacermi più, Ron, dico, che pure negli anni prima era stato un mio idolo. Lo ascoltavo per rispetto, ancora, ma tra un po’ lo avrei mollato, specialmente se avesse continuato a fare canzoni del genere. E ha continuato, infatti.

La macchina arrancava sulla strada, con il carrello appendice dietro. “Cos’è il carrello appendice?” mi chiedi. “Già, si vede che sei proprio giovane, se non sai neanche cos’è un carrello appendice.” Ma chi era che non aveva il carrello appendice nel 1987? Nessuno, viaggiavamo tutti in fila sulla strada coi nostri carrelli appendice attaccati dietro alle macchine, caricati con le tende e tutto quello che serviva per un buon campeggio. Altro che i camper da cinquantamila euro di adesso.

La macchina arrancava, perché era una macchina del cavolo, poverina, non era neanche colpa sua, ma di chi l’aveva costruita: una Ford Taunus del 1978, cilindrata 1300 cc, con impianto a gas, puoi capire quanto poteva andare, praticamente un barcone americano, comoda eh, per carità, ma pesantissima e con un motore da utilitaria. Faceva al massimo i 120, con solo il conducente, figurati con tre sopra e il carrello appendice, caricato al massimo. E’ stata, la Taunus, la macchina che mi ha fatto prendere in antipatia le Ford, che ancora adesso, dopo venticinque anni e passa, non le posso vedere, perché sono quelle cose che ti rimangono nell’inconscio per tutta la vita e ti condizionano, come quelli che avevano comprato all’epoca il 127 o il 128 e gli veniva la ruggine e da allora non hanno mai più comprato una Fiat, o come lo yogurt, che mi ha fatto rimettere una volta che avevo cinque o sei anni e non l’ho più assaggiato e a dirla tutta non so nemmeno che sapore abbia, ma non ce la faccio lo stesso. Comunque la macchina arrancava soprattutto perché quell’anno il carrello appendice pesava un botto, un’esagerazione che se ci fermava la polizia e ci pesava ci sequestrava tutto, pure le patenti, a me e mio padre e anche a mia madre che pure non l’aveva e tutto questo perché lui, mio padre, prima di ripartire, si era fatto gola di una lastra di marmo, ideale per farci un tavolo. L’aveva vista là, buttata sotto una stuoia o da qualche parte e non aveva resistito. La lastra era bella, effettivamente, tipo travertino, lunga e larga un metro e cinquanta per ottanta, con i bordi smussati e levigati, veniva fuori un bellissimo tavolino. Peccato pesasse una roba esagerata, da doverla sollevare in due con massima fatica, ma non c’era stato niente da fare, s’era fatto gola come ti ho detto e aveva deciso di portarsela a casa, a cinquecento chilometri di distanza, caricata sul carrello appendice. La macchina arrancava e il carrello appendice seguiva arrancando. Non so se hai presente un carrello appendice – ma hai detto di no - con le sponde di alluminio e le ruote della vespa, un rimorchietto, insomma. Guidavo io, che avevo già la patente e da quando l’ho avuta ho sempre guidato io e mio padre a fare il passeggero. Era sera, non so verso le undici, più o meno. Ad un certo punto ho sentito tipo un botto e la macchina che tirava dietro di qua e di là, sbandando; ho mollato l’acceleratore, tenuto lo sterzo e mi sono accostato a destra. Siamo scesi: “Merda, abbiamo bucato una ruota del carrello”, abbiamo detto elegantemente, mai capitato prima in tanti anni, “Che sfiga nera”. La ruota bucata era bollente, anche l’altra “Non è che magari il peso, sai la tua lastra”, dico a mio padre. “Ma figurati il carrello è omologato per tre quintali”, “Eh, appunto” mugugno “Ce la fa benissimo” dice lui “Ah ho visto” rispondo. Comunque niente, dovevamo cambiare la ruota, non c’era altro da fare. Ora non so se hai presente dove si tiene la ruota del carrello appendice? No? Nel carrello appendice, ovviamente, dove vuoi tenerla, sotto tutta la roba, chiaramente, perché di solito non buchi mai la ruota del carrello appendice, mai capitato prima d’allora. Allora ci siamo messi a tirare giù la roba, poi abbiamo preso il crick, tutto sulla corsia di emergenza dell’autostrada, si capisce, mentre le altre macchine sfrecciavano e ci facevano ballare e noi niente giubbini rinfrangenti, al massimo il triangolo, sai nel 1987. Tra un sacramento e l’altro abbiamo cambiato la ruota e siamo ripartiti. Guidavo io. Avremmo fatto si e no cento chilometri, forse neanche, anzi direi proprio neanche ed ho sentito un altro botto, la macchina che sbandava, tirava tutta a destra. “Cavolo, cosa succede.” Ho frenato, mi sono accostato e siamo scesi. “Ma non è possibile, porca la miseria, ancora la gomma, sempre quella” e giù a sacramentare di nuovo, io, mio padre e anche mia madre che adesso se la prendeva pure a male con lui e con la sua lastra di pietra, perché ormai era chiaro a tutti che il problema era quello. Ed era sempre la stessa gomma, cioè quella che avevamo già cambiato, la ruota di scorta. Erano quasi le due, di notte. Ora non è che ti metti a cambiare la seconda gomma del carrello appendice alle due di notte sull’autostrada, soprattutto per un particolare: non avevamo, principalmente, una seconda gomma di scorta. E chi ce l’aveva? Nessuno, ovvio. Si sarebbe potuto andare a chiamare il soccorso stradale, alla colonnina poco più avanti, perché nel 1987 mica c’erano i cellulari. Ma scherzi? Neanche a parlarne: “Costa!” Così, non avendo alternative siamo rimasti a dormire in macchina, sulla corsia di emergenza, attendendo il mattino e soprattutto aspettando che ci venisse qualche buona idea. Per fortuna era ancora estate, il 20 di agosto o giù di lì, ti ho detto e albeggiava presto, ma di soluzioni non è che ce ne fossero molte: o chiamare il soccorso stradale e pagare o… cercare un paese e fare aggiustare la gomma. Il fatto era che non sapevamo minimamente dove stavamo, di sicuro in aperta campagna, in una zona sperduta, dato che non si vedeva né un borgo, né una casa a pagarla oro, neanche fossimo stati in Arizona o nel Nebraska, invece che nella pianura padana. Però c’era un ponte, poco più indietro, che scavalcava l’autostrada e se c’è un ponte e perché c’è una strada, e se c’è una strada… “Da qualche parte arriverà.” No? Così abbiamo scavalcato la recinzione dell’autostrada, che pure non si poteva fare, neppure nel 1987, io e mio padre, con la ruota in mano e mia madre ad aspettarci in macchina. Abbiamo seguito la rete e ci siamo portati sul ponte. Da lì si poteva dare un occhio in giro e allora siamo riusciti ad individuare due o tre cascine e un campanile, saranno stati due o tre chilometri: “Di là c’è un paese, sicuramente.” “Andiamo.”

Allora, fatti tu, due o tre chilometri con una ruota della vespa in mano: dice, ma non pesa tanto. No, non pesa tanto, ma dopo cento metri sei già lì che cambi mano; dopo duecento metri è un macigno, a trecento metri sei già morto. “Porto un po’ io.” “Dai adesso dammela” e così avanti, come fosse stato un blocco di marmo delle piramidi o la maledetta lastra di pietra che avevamo nel carrello appendice. Comunque in una mezz’ora di fatica finalmente siamo arrivati a ‘sto paese. Insomma dire paese è dirla un po’ grossa: c’erano dieci o dodici case, una cappella con il campanile e un meccanico. Benedetto, almeno lui. Però era chiuso per ferie. Comunque abbiamo provato a suonare, magari che al venti di agosto fosse già tornato. Dopo un bel pò è uscita una signora: “Mio marito è di là, ma è in ferie” dice. Per fortuna, spiegata la nostra situazione ha capito ed è andata a chiamarlo, lui ha aperto l’officina, ma era un meccanico e non un gommista e una camera della vespa proprio non ce l’aveva. “Ma più avanti c’è …” (ora il nome di quel paese proprio non me lo ricordo) “lì c’è uno che aggiusta le gomme, una camera l’avrà.” “Ma è distante?” fa mio padre. “Eh sono più o meno cinque chilometri.” Allora lui ci ha visto lo sgomento negli occhi: “Cinque chilometri? A piedi? Con la ruota della vespa in mano?” E gli è venuto da dire: “Se volete vi presto una bicicletta, così uno va in là e l’altro lo aspetta qui.” Benedetto, il meccanico. Buona idea, cavolo, veramente una bella idea. Ha preferito andare mio padre, io sono rimasto lì ad aspettarlo, in quella borgatina di quattro case in croce, sperduta non so neanche dove.

Forse, poi, a pensarci, non stavano neanche male in quel paesello sperduto nella pianura padana. Era un po’ come da noi, che doveva essere? Poche case, col suo giardino, l’orto, i cani, chi aveva le galline, chi, invece, due macchine. Però quella zona non mi piace, non mi è mai piaciuta, perché non si vedono le montagne. Cioè si vedono, perché a nord hai le Alpi con il Monte Rosa e appena a sud gli Appennini della Liguria e se poi fa bello, si scorgono comunque a ovest, verso Torino, verso di noi, le altre Alpi, le nostre, il Viso pure. Ma non è uguale, non sono lì a scandirti lo spazio preciso, a ripararti, proteggerti. Non mi piace, insomma. E poi non sapevo neppure di preciso dove stavamo. Il posto era sperduto, certamente e non avevi punti di riferimento. Mio fratello non c’era, che fortuna aveva avuto a risparmiarsi questa bella avventura. Poi l’estate era finita e questo mi rattristava, Valentina stava a Padova e io rientravo verso Torino. Mi veniva in mente una canzone che era uscita un po’ di anni prima e che ancora adesso mi mette addosso una tristezza infinita perché mi simboleggia la fine dell’estate: “Non c'è più la vela bianca con l'inverno c'è il gabbiano e l'estate del mio amore è un ricordo ormai lontano. Il vento cancella dalla sabbia i ricordi ma dal cuore no, il vento non puòdi Casadei, forse, che neppure mi piace, ma cavolo che angoscia. Quell’anno poi, ancora peggio.

Sono rimasto lì almeno un’ora, il tempo che ci ha messo mio padre fra andare, trovare il gommista, far riparare la ruota e tornare. Poi abbiamo ringraziato il meccanico e siamo ripartiti. Non è che adesso la gomma fosse più leggera, pesava come prima, naturalmente e cento metri con quella roba in mano sembravano sempre dieci chilometri. Comunque siamo arrivati, abbiamo passato il ponte e scavalcato la recinzione. Mia madre era seduta sul ciglio della strada e ci aveva dati ormai per persi, svaniti nel nulla, perché tra una roba e l’altra eravamo stati via quasi tre ore. Abbiamo rimontato la gomma maledetta, facendo gli scongiuri che non si bucasse un’altra volta, poi siamo ripartiti. Non ho mai superato i settanta, per non scaldare le ruote del carrello appendice. Dopo neanche dieci chilometri abbiamo visto il cartello Alessandria. Almeno abbiamo capito dove eravamo, non era né l’Arizona né il Nebraska, solo pianura padana. Siamo usciti a Felizzano, come al solito; un altro paese che non ho mai visto in vita mia, se non per il casello dell’autostrada. Guidavo io, ma avrei tanto voluto dormire.

Quest'anno mi sono deciso e sono andato a pulire il giardino dietro casa di mia madre. Quando c’era mio padre quel posto era un gioiello, sempre perfetto, lucido, ci andavamo a mangiare, c’era il formo per la pizza e tutto l’occorrente. Poi dopo che lui è mancato nessuno l’ha più utilizzato ed è diventato una discarica. Chiunque avesse qualcosa che non sapeva dove mettere la portava lì. L’altro giorno, eravamo proprio intorno al venti di agosto, mi sono messo all’opera. Togli questo, butta quello, alla fine è ritornato un posto civile. Ad un certo punto da sotto la tettoia chi ti sbuca? “Eh chi ti sbuca?” dirai. La lastra di pietra, tipo travertino, che poi mio padre aveva fatto diventare un tavolo vero e proprio, con la sua bella struttura in ferro per le gambe. Un tavolo pesantissimo, come allora, perché non è che una lastra di pietra si alleggerisce in venticinque anni. Allora l’ho ripulito ben bene e l’ho tirato fuori a fare la sua bella figura in giardino. E c’è pure il carrello appendice, con le ruote della vespa, anche se nessuna macchina potrà più trainarlo, perché chi è che oggi va in giro con un carrello appendice attaccato dietro? Nessuno, no?

Il vento cancellaaa dalla sabbia i ricoordi ma dal cuore nooo, il vento non puòòò.